
Un dubbio che da sempre mi accompagna : se Dio non punisce e non interviene come lo dvo vivere ?
Interrogarsi è un errore metodologico ?
Vivere il vuoto è azzerare il pensiero ?
In risposta ad un'amica.
Eccomi, le tue domande sono impegnative. Non mi sottraggo. Definire è sempre un errore, ancora di più quando si parla di Dio.
Dio è mistero, stupore, amore.
Come si fa a dire perché si ama.
Sii ama e basta.
Più si pensa Dio, lo si pretende di dire, afferrare, di stabilire com’è e più si entra in prospettive altre rispetto alla fede.
Per cui non mi appassiono a vivere i dibattiti fino in fondo intorno a Dio nel tentativo di dire cosa è.
Io sento per me una serie di cose, e per me Dio è tutto questo.
E’ maschio, femmina, è persona ed energia, fuori dal tempo e dentro il tempo, immanente e senza materia.
Quello che è veramente lo scoprirò solo dentro l’eternità, non ora.
Dio non interviene, non punisce, come lo devo vivere, mi chiedi.
Lo dobbiammo vivere solo imparando ad amare .
Amare Dio , un amico e Signore della vita, al tempo stesso, un servo ed un principe.
Stare su queste altezze e cogliere il tutto ed il suo contrario ed afferrare che proprio quello è Dio è vertiginoso ma è proprio quella vertigine Dio.
Dio ha voluto perdere la sua onnipotenza. Potrebbe recuperarla in un attimo. Ma non gli interessa. Perché nel momento stesso in cui ci ha creato si è ritratto.
Tzimtzum" (צמצום) dice la cabala ebraica, cioè nella creazione Dio si è ritratto. Ma non è stata una ritrazione solo energetica, ma una ritrazione del suo modo di abitare l’universo e la stessa eternità.
In questa ritrazione è passato dall’onnipotenza all’onniamante, dal trono della giustizia a quello della misericordia.
In questo passaggio possiamo cogliere ora come Dio è presente nel mondo, sulla terra, tra le creature, tra la gente.
Ci aspettiamo un Dio come lo volevano gli apostoli, capo di masse di persone ad instaurare un regno politico ?
No Dio ce lo ha già detto, quando volevano dopo la benedizione dei pani e dei pesci farlo Re lui ha confermato la sua identità divina in un regno già presente nello spirito e nel tempo di ciascuno, ora e per sempre.
E’ il regno della resurrezione odierna, della resurrezione nella gioia, nella complessità della nostra esistenza.
Dio è voce sottile che sussurra all’anima non è lo sciabolatore che taglia l’orecchio a Malco il servo del sommo sacerdote che viene ad arrestarlo.
E’ una pace che si fa strada nei cuori ed arriva ai palazzi, che ci chiede di non pensare che risolveremo questo tempo buio affrontando le questioni della grande America, la grande Russia, il grande Israele ma affrontando le grande questioni che abitano i nostri cuori, le nostre anime, le nostre menti ed i nostri corpi.
La politica è conseguenza di questa mistica con la quale affrontiamo ed illuminiamo i nostri passi. Le lotte, i conflitti, anche essi ineludibili , ci dice Dio possono cambiare la loro storia solo stando in una prospettiva.
Non è la prospettiva della spada ma dei piedi.
Dio ci chiede di tornare a lavarci i piedi.
Torniamo a lavarci i piedi per tornare figli ,quando tutto è finito, tutto è spezzato, tutto è fallito ci salvi il riconoscerci figli tuoi o Dio, amati da sempre e per sempre, padroni di niente, principi della vita.
Torniamo a lavarci i piedi per sentire che ciò che è sufficiente a campare sono poche cose, un pezzo di pane, una coperta, un bacio ad una margherita e due occhi che ci riscaldano il tempo che verrà, due occhi con i quali sognare.
Torniamo a lavarci i piedi perché non siamo più le nostre parole a parlare ma quelle della vita, perché ciascuno senta di essere davvero servo inutile, un piccolo granello, solo una goccia d'acqua da affidare a Dio perché disseti una foresta intera , lui che trasforma in sorgente zampillante un piccola goccia di acqua.
Torniamo a lavarci i piedi per comprendere fino in fondo che caricarsi la croce non equivale a sopportare i dolori ma rinunciare a primeggiare, a vincere, ad essere i primi, i più bravi, i più capaci a vivere per riuscire, per essere additati come coloro che ce l’hanno fatta , arrendersi alla vita, non come inerzia dinanzi all’inevitabile, ma come abbandono alla meraviglia, a ciò che trascende, ad un bene ed una presenza più grande.
Torniamo a lavarci i piedi per non seminare più terrore, per non alzare più le mani, per non fare più della guerra una possibilità, torniamo a lavarci i piedi per seminare amore, per costruire ponti, per non stancarci mai nell’imparare l’arte dell’incontro.
Torniamo a lavarci i piedi, torniamo ad innamorarci della vita . Mettiamoci in ginocchio, curiamo le sue ferite, mettiamo olio sulle piaghe, accarezziamo il suo viso bambino. Torniamo ad innamorarci dei cuori degli uomini e delle donne e di ogni creatura che popola questo universo senza confini, torniamo ad innamorarci senza dare confini al nostro amore.
Torniamo a lavarci i piedi per costruire pace, giustizia, gioia , passiamo dallo stare stretti ai piedi di Gesù a sollevare i piedi stanchi degli uomini , impariamo l'umiltà, la carità, la fraternità con Gesù, con le donne e gli uomini di questo tempo, torniamo a lavarci i piedi, il regno ci nasce dentro quando ci mettiamo ai piedi di Dio e dell' umanità ferita.
Torniamo a lavarci i piedi , ad inginocchiarci,a servire, è il tuo tu che mi da pace, gioia, verità del vivere. Riconoscere il tu di Dio ed il tu dell’uomo nella mia vita è ciò che mi rende vero uomo abitato da Dio.
Torniamo a lavarci i piedi, ad essere bene non semplicemente fare il bene. Ciò che ci rinnova , ci cambia nel profondo non sono le opere di bene che facciamo ma il bene che ci trasforma dentro venendoci ad abitare. Torniamo a lavarci i piedi per andare alla scuola del bene e della mitezza.
Torniamo a lavarci i piedi, quando pianteremo un ulivo sapendo che dovremo morire , quando piianteremo un albero alla cui ombra non ci siederemo. Quando la gratuità sarà nostra compagna alla tavola della vita allora saremo giunti al giorno senza tramonto, la nostra giornata sarà un eterno raggio di sole. E’ il per me, il solo per me, che fa tramontare il sole.
Torniamo a lavarci i piedi perché la vita si possiede solo donandola, perché la felicità arriva quando non è più un’ossessione ma è semplicemente abitare il tempo presente. Quando scegliamo di lasciarci finalmente amare, scopriremo che quell’amore che abbamo atteso tutta una vita era lì sin dal primo respiro.
Ecco questo è il Dio della storia e dell’eternità.
La sua politica inizia dai piedi.
Ed anche il suo abitare il vuoto.
Mi chiedi se è azzerare il pensiero.
Abitare il vuoto è una delle più grande avventure della vita.
E’ lasciare andare la mente scimmia non il pensiero.
E’ sentire che in quel vuoto c’è un suono che sgorga, che quel vuoto è un’utero che partorisce. Non ci vogliono tante parole ma solo il desiderio di non voler più possedere nessuna persona, nessuna cosa e nemmeno Dio.
Avere la certezza che in quel vuoto c’è un suono per il quale devo allenare il mio orecchio a divenire assoluto, che in quel buio c’è una luce che i miei occhi scorgeranno, che in questa complessità tragica c’è una vita chiamata meraviglia, poesia, mistero.
Tutto questo è Dio, tutto questo è la speranza, la fede, la carità.
La certezza che ogni vuoto è un campo aperto alla mia danza di donna e di uomo , e scoprire danzando che Dio è il mio ballerino, la mia ballerina.
Dinanzi a questo sentire la mente deve fermarsi, la irrequieta ricerca anche, dinanzi alla forsennata e continua e costante e affannosa ricerca , come se fosse quella a dare il senso alla vita, mi vengono in mente alla fine del romanzo di Herman Hesse le parole del vecchio Siddartha :
Quando Govinda riprese il suo cammino, scelse la via che portava al traghetto, desideroso di vedere questo barcaiolo. Poiché, sebbene egli fosse vissuto tutta la vita secondo la Regola e fosse considerato con rispetto anche dai monaci più giovani per la sua età e per la sua modestia, pure non erano spente nel suo cuore l'irrequietezza e l'ansia della ricerca. Venne dunque al fiume, pregò il vecchio che lo traghettasse, e quando scesero dalla barca, sull'altra sponda, gli disse: «Tu hai dimostrato molta bontà verso noi monaci e pellegrini, molti di noi hai già traghettato. Non sei anche tu, o barcaiolo, uno che cerca la retta via? ».
Parlò Siddhartha, e i suoi vecchi occhi eran tutto un sorriso: “ Come, tu ti dici uno che cerca, o venerabile, eppure sei già avanti negli anni, e porti l'abito dei monaci di Gotama?”.
“Son vecchio, sì” disse Govinda «ma di cercare non ho mai tralasciato. E mai cesserò di cercare, questo mi sembra il mio destino. Ma tu pure hai cercato, così mi pare. Vuoi dirmi una parola, o degnissimo?».
Disse Siddhartha: «Che cosa dovrei mai dirti, io, o venerabile? Forse questo, che tu cerchi troppo? Che tu non pervieni a trovare per il troppo cercare?».