
Senza il dono l’amore non spicca il volo, plana subito a terra, ma senza il rispetto non potremo nemmeno provare a buttarci nel vuoto, fossimo pure sull’orlo di un precipizio. Di sicuro ci schianteremo.
Senza dono e senza rispetto non c’è amore.
Come fai a fidarti di una o di uno che non ti rispetta, come fai a donarti. Sarà qualche altra cosa che viaggia tra la passione, il colpo di fulmine e la bella compagnia, sarà l’ammirazione per un bel corpo o una bella mente, ma non è amore.
Ciascuno di noi ha un’ala soltanto. Spicchiamo il volo solo se incontriamo un’altra ala. L’amore non è sufficiente a se stesso.
Amare e basta è un esercizio della mente. L’amore è nel dono che si fa attenzione, cura, premura, delicatezza, generosità; è un esercizio del cuore.
L’altra ala è il dono ma si incastra solo se c’è rispetto.
Il rispetto infatti genera la fiducia, ammorbidisce le relazioni, cadono le paure, si apre il cuore.
Quando si ama solo con la mente non si trovano le ragioni della felicità, non si vola, non si ama abbastanza, non si ama veramente.
Amare col cuore, donarsi, non significa perdere se stessi. Mettiamolo in chiaro da subito.
Abbiamo paura di un amore che diventa dono, cioè vero amore, perché abbiamo paura che perdiamo noi stessi, la nostra originalità, la nostra identità, il nostro io nel quale ci siamo formati sin da quando stavamo nella pancia di mamma, il nostro io che sta nel cuore del nostro cuore….
La nostra identità è fatta da una miriade di particelle psicologiche, spirituali e di frammenti culturali che devono comunicare tra loro.
Siamo composti da tante tessere di un puzzle.
Le cose che facciamo sono un riflesso di queste tessere, sono una particella del nostro DNA spirituale, pisicologico, culturale, delle mie sensibilità, dei miei sentimenti.
Se, e quando accade che nelle mie relazioni, non riesco a mettere in campo tutto me stesso, allora vivo separato da me e dagli altri, che non raggiungerò mai fino in fondo.
Io ho paura di donarmi, di volare, perché ho paura di dover uscire fuori dal frammento, di trasformare il mio monocolore in un arcobaleno.
Quando ci attrezziamo affinché ogni frammento resti un atomo e non divenga una molecola allora agiamo a compartimenti stagni. Diveniamo dentro di noi vasi che non comunicano tra loro, a volte per paura, altre per ipocrisia, o per mancanza di equilibrio, altre perché non siamo apprezzati o rispettati.
Le ragioni possono essere varie. Accogliere queste fragilità, abitare queste domande è il primo passo per cercare di ricomporre i frammenti che a volte sono cocci rotti.
La gestione dentro di noi del rapporto tra i frammenti ed il tutto è difficile. Spesso ci riusciamo indossando a seconda delle circostanze delle maschere con le quali recitiamo dei ruoli.
Da un lato io sono una totalità ed una complessità di dimensioni, dall’altro nelle mie scelte, azioni, comportamenti, emozioni, espressioni sembra che ne esprimo di volta in volta un pezzettino e non l’intera complessità.
Il frammento cioè non arriva a rappresentarci totalmente per come siamo, ma ogni frammento esprime solo un pezzo della nostra personalità.
Questa continua scissione tra la totalità ed il frammento può generare una contrapposizione, una divisione in noi stessi in maniera permanente ovvero un’incapacità di toglierci la maschera, di metterci a nudo, di renderci aperti persino con la persona che amiamo.
Questo ci sembra un vivere in equilibrio ma in realtà è una continua corsa ad indossare la maschera più opportuna per il dato momento.
Questa corsa ci toglie il fiato, la serenità, l’armonia perché non abbiamo la forza di donare per intero, dobbiamo sempre gestire, controllare, trattenere.
Gli altri entrano in questo contesto, in questa scissione, in questo sdoppiamento e lo minacciano.
La loro presenza, rispetto al nostro equilibrio precario, ci chiama a coerenza, ci provoca.
Noi invece abbiamo paura di mettere in gioco il nostro equilibrio precario e diffidiamo, respingiamo gli altri con la diffidenza, Quel che ci interessa è conservare la nostra precarietà nella quale ci siamo accomodati, mettiamo sul tavolo un colore alla volta del nostro arcobaleno, una tessera alla volta del nostro mosaico, un frammento alla volta della nostra complessità.
Gli altri ci minacciano.
Gli altri diventano una minaccia per noi perché quando ci amano non si accontentano di una parte di noi ma vogliono il tutto, non si accontentano di averci oggi in modo e domani in un altro, oggi una tessera e domani l’altra, no loro vogliono il puzzle. Vogliono toglierci la maschera, vogliono abbattere le distanze, non vogliono essere amati a rate.
A noi, invece, sembra saggio e garante della nostra salute, gestire il puzzle in una logica mercantile, ovvero animalesca, proprio come si fa con i cani.
Ti do oggi il bastoncino se…., ti do lo zuccherino se….., ti do la carezza quando….
Il tutto resta nelle nostre mani e lo dispensiamo secondo le nostre convenienze.
Ciascuno resta a suo posto, per non correre il rischio di trasformare quel frammento in un tutto.
Se mi dono perdo il controllo, col dono rischio di perdere il mio arcobaleno, il mio rifugio.
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