Featured

IL VALORE DELLA RELAZIONE NELLA SCRITTURA AUTOBIOGRAFICA , di Antonio Zulato Filosofo e docente di Scrittura Autobiografica – Libera Università di Anghiari

zulato.jpeg

Antonio Zulato in questa foto è seduta al tavolo all'Eremo di Coltriciano.

Accanto a lui la moglie Laura e Giuseppe Conoci editore di Animamundi

"È per rinascere che siamo nati" – afferma Neruda.

E che cos’è la rinascita se non la sensazione che la speranza prenda consistenza e ci offra la possibilità di portare a compimento ciò che sentiamo essere solo abbozzato dentro di noi...quel sogno con cui ogni vita ha a che fare, quel sogno con cui ogni autobiografia si confronta e di cui cerca le parole per esprimerlo? Ma ogni vita si confronta anche con la paura di non vivere quel sogno...anche nel disincanto più ostinato.

Il nostro passato è il "bene" più grande e prezioso che abbiamo, perché ci costituisce nei nostri aspetti più profondi, quelli che la vita ha lentamente sedimentato e hanno dato forma alla percezione di noi stessi.

E scrivo "bene" tra virgolette perché non lo intendo nel suo significato generico, ma come lo ha caratterizzato Platone. "Bene" è tutto ciò che ci fa scoprire e conoscere chi siamo e che contribuisce a realizzare le potenzialità che ci costituiscono nel nostro valore e nella nostra dignità.

Allora, prendere consapevolezza della nostra storia significa darci l’opportunità di realizzarci in una nuova rinascita, perché cambiare significa diventare profondamente se stessi, adottare tutte le proprie parti, anche le più scomode, dare il permesso di soggiorno a tutti, tutti gli "io" che siamo perché “quando le forze interiori dell’uomo – luminose e oscure – non sono del tutto investite da lui stesso, e cioè comprese e integrate nella propria vita, quando egli agisce come se potesse dominare ciò che non conosce, come se ciò che non conosce in lui non esistesse nemmeno, queste forze si rivoltano, si riversano all’esterno, a volte con una violenza cieca. Perché, essendo state represse e non gestite, esse acquistano un’autonomia spaventosa.” (A. De Souzenelle, Nel cuore del corpo la parola, Servitium, Bergamo 1998, p. 51).

Nessuno di noi può dire di conoscersi fino a quando non fa i conti con la sua alterità, fino a quando non prende consapevolezza che, oltre se stesso è anche un altro, quell'estraneo dentro di sé che lo mette in discussione e lo trascina in quella crisi che induce la nostra identità ad aprirsi all'altro che ci sta fuori e farlo entrare nella sfera del nostro sentire. Solo così possiamo "riconoscerlo" e avere verso di lui uno sguardo di attenzione e cura.

Se noi impariamo a "rivedere" la nostra vita con questa ottica e riusciamo a far diventare "storia" il nostro passato, allora forse qualcosa di nuovo comincia ad aprirsi davanti a noi e prospettarci possibilità inedite che finora non potevamo nemmeno immaginare.

Un giovane uomo che sta scontando la pena dell’ergastolo, un giorno alla fine di un lungo colloquio in cui il clima si era fatto particolarmente confidenziale e favorevole all'introspezione e al coraggio della responsabilità, mi ha detto: "Io mi assumo la responsabilità di quello che ho fatto, voglio pagare per quello che ho fatto, ma io vorrei capire perché l'ho fatto!". E alla domanda: "Chi eri a quel tempo?". "Ero una persona fragile" - mi ha risposto.

Parto da questa mia esperienza per alcune riflessioni che precedono e riguardano il tema del valore della scrittura autobiografica.

Innanzitutto dovremmo forse considerare che ogni sguardo posato su una persona, e quindi anche su se stessi, è necessariamente un atto di umiltà: il riconoscimento del profondo mistero che è l’uomo e quindi l’impossibilità di imprigionare una persona in una definizione che la comprenda totalmente. Ponendosi in questo modo, in ogni nostra relazione si potrà lasciare quello spazio di libertà e di movimento (agio), in cui l’altro può collocare se stesso in una dimensione connotata dal rispetto e dalla responsabilità. L’esperienza che tutti facciamo della nostra stessa estraneità – chi non ha mai detto: “Mi sento strano!”, dove strano non può significare altro che “straniero” – deve metterci in guardia dalla pretesa di conoscere l’altro e di relazionarci con lui con assoluta sicurezza. Il rispetto è proprio la cura che dobbiamo avere nel rivolgere lo sguardo all’altro per non condizionarlo in base alle nostre aspettative  o  ai  nostri  pregiudizi.  Conoscere  l’uomo,  quindi,  significa,  innanzitutto, riconoscere la sua complessità, in particolare la non riducibilità del suo essere ad un solo aspetto della sua identità. Ognuno di noi, infatti, è “molti”: è figlio, è uomo o donna, è fratello, marito/moglie, padre/madre, appartenente a una nazionalità, competente rispetto a una professione o a una passione, portatore di specificità e caratteristiche che si manifestano in maniera unica nella loro combinazione… Accogliere in sé tutto questo è una ricchezza e riconoscerlo nell’altro significa riconoscere il suo valore e la sua dignità. Il problema nasce quando pretendiamo di identificare noi stessi e gli altri in una sola di queste caratteristiche, innalzandola a valore assoluto, perché l’identità non è l’identificazione con una sola parte di noi, ma è piuttosto ciò che connette ed armonizza la molteplicità che ci abita; è il continuare a sentire di essere sempre noi stessi pur nella complessità dei ruoli e delle esperienze che viviamo. Così, offendiamo la dignità di una persona quando, parlando ad esempio, di chi sta in carcere, ci lasciamo andare all'espressione "È un criminale!"...invece di dire che è una persona che ha commesso un crimine.

In secondo luogo, come già accennato, viene la “conoscenza di se stessi”, perché essa rappresenta, in definitiva, il motivo per cui ogni uomo vive la sua vita, in particolare se si considera come parte di un tutto, sia in senso diacronico – la storia generale del mondo –, sia in senso sincronico – i vari contesti cui appartiene, fino al più generale che è l’umanità tutta. E poi perché non possiamo relazionarci adeguatamente agli altri se non abbiamo la consapevolezza di chi siamo e della direzione in cui andiamo. È anche vero che ognuno conosce se stesso attraverso gli altri: "Ognuno ha una favola dentro, che non riesce a leggere da solo – dice ancora Neruda. Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l'incanto negli occhi, la legga e gliela racconti." E qui capiamo la grande importanza dello sguardo, non di uno sguardo qualsiasi, di uno sguardo superficiale e fuggitivo, bensì di uno sguardo attento che sappia soffermarsi con interesse, passione e cura. La relazione quindi ha sempre un movimento circolare in cui conoscenza di sé e conoscenza dell'altro si rincorrono senza sosta.

Ognuno deve fare i conti con la sua "verità", e la responsabilità che ne consegue, quella verità che appartiene a chiunque sappia vedere nella propria vita qualcosa di vero che può essere un’opportunità concreta per chi lo incontra. Una verità che possiamo scoprire tra i meandri delle nostre esperienze quando sappiamo interpellarle col desiderio di capirne il senso che si protrae nel tempo.

E riguardo a questo la scrittura autobiografica è uno strumento prezioso. Una scrittura che sappia recuperare e ricontattare le esperienze del passato arricchendole della riflessione sull’importanza e il "valore" che hanno avuto nella nostra vita…e la ricerca di senso a cui hanno contribuito. Una scrittura, poi, che possa essere condivisa, e in questo sta la peculiarità del Laboratorio: è la condivisione, infatti, che, risvegliando attraverso le esperienze degli altri gli aspetti ancora nascosti dentro di noi, apre nuove porte, allarga gli orizzonti della conoscenza e ci fa scoprire inedite consapevolezze che aiutano a comporre il quadro d’insieme in cui sentiamo di poterci riconoscere, sia dal punto di vista individuale che sociale, delineando di conseguenza quel filo conduttore della nostra vita che spesso non riusciamo a individuare, persi nei frammenti delle nostre esperienze; è nella condivisione delle nostre esperienze che sentiamo tutto il valore di ciò che ci lega agli altri, testimoniato dal desiderio "curioso" di conoscere le loro storie.

Recuperare, scrivere e raccontare la propria storia, o frammenti di essa, significa prenderci la cura di conoscere le nostre trame interiori e la loro connessione con le trame del mondo; significa cioè connettere la storia individuale con la storia sociale cui apparteniamo, connessione la cui mancanza può indurre azioni che l'etica e la giustizia condannano e sanzionano. È importante ritrovare quelle trame in forma di nuove consapevolezze relazionali; ad esse possiamo arrivare guardando le nostre pagine scritte, che rappresentano quel "fuori di noi" in cui ospitarci senza sfuggire a noi stessi e da cui guardarci con quel distacco che è contemporaneamente accoglienza e riflessione critica, in cui consiste il vero prendersi cura di sé. È come fare dono alla propria vita di una dimora in cui tutto è “degno”, perché tutto ha concorso a farci essere quello che siamo, senza assolverci dalle responsabilità, di cui invece dobbiamo farci carico.

Venendo al caso concreto del carcere, è evidente che esso interrompe o mette in seria discussione un possibile progetto di vita, soprattutto quando distratti da false illusioni spesso meramente personali, non si sono messe in conto le conseguenze più gravi proprio nei confronti delle persone che più ci stanno a cuore.

È allora importante riprendere in mano la propria vita, mettervi un po’ di ordine, scoprirne le motivazioni fondamentali in ciò che ci appartiene nella dimensione più specifica e unica, per trovare il modo di esprimerla.

La scrittura autobiografica ci aiuterà allora ad individuare i nostri punti di forza, su cui appoggiare saldamente le nostre speranze e i nostri progetti futuri...e a riconoscere, comprendere e integrare, come nostri, nella trama della nostra esistenza, le fragilità, le ferite, i limiti e gli errori perché non indeboliscano la nostra dignità impadronendosi di noi.

Ci offrirà ancora l’opportunità di riconciliarci con il nostro passato, con le scelte che sembrano aver compromesso irreversibilmente il nostro percorso di vita; e non negarci la possibilità di perdonarci significa liberare le nostre energie dalle pesantezze del passato e investirle nel futuro…accompagnate da una ritrovata fiducia in noi stessi. E forse sarà l’occasione per mettere nelle pagine il dolore che non sa stare altrove...quando il senso di colpa lo perseguita e non gli dà tregua. La scrittura infatti con la sua grammatica e la sua sintassi può offrire un argine e contenere l’espressione delle nostre sofferenze ed emozioni…anche le più pesanti.

Cimentarsi con la scrittura di sé, sarà come fare un bilancio della propria vita alla luce dei valori e punti di riferimento che la scrittura saprà prospettarci nel suo avanzare, perché, come dice Derrida, essa "ci conduce dove ancora non sappiamo di essere", in un possibile cammino che prospetti l’occasione di contattare e riconoscere la "verità" che ci appartiene.

Le esperienze raccolte in questo libro vogliono essere un esempio di quanto la scrittura possa liberare i pensieri e attivare nuovi progetti al di là dello spazio ristretto e condizionato in cui hanno trovato espressione.