
Cari amici com’è difficile decentrarsi. Non solo rispetto agli altri ma rispetto a sé. Non sentirsi al centro della vita ma lasciarsi andare, accogliere la vita che spinge per nascere,accogliere la vita nuova, mollare come la partoriente che non trattiene più la creatura che vuole venire alla luce.
Questo partorire è un passare dal controllo, dal dominio, dal possesso, dalla manipolazione, dall’accentramento, dal tenere tutto assieme con la creatività e con la ragione,all’abbandono facendosi fare, scegliere, decidere, determinare dallo Spirito, da Dio, dal Vivente, dall’Eterno, dalla Divina Madre affidarsi al cuore.
In questo passaggio si avverte tutta la difficoltà di non contare, non affermarsi ma di fidarsi, essere protagonisti scegliendo l’abbandono fiducioso alla vita piuttosto esserne dominatore. Se uno nasce rosa non può essere quercia mi diceva un amico qualche settimana fa citando Raffaele Morelli. La vita ad un certo punto ci richiama alla fedeltà di ciò che siamo , del daimon, genius, destino, chiamata, vocazione con la quale siamo venuti al mondo, chiamiamola come vogliamo.
La distanza da questo daimon è la nostra inautenticità. Si abita un’altra casa, non la propria, una casa per quanto stupenda che non può portarci ad essere veri, liberi, felici. In questo scegliere di riconoscere, ascoltare ciò che siamo, ciò che ci chiama al vero, al bene, al bello, alla meraviglia consiste la nostra libertà di scelta, la nostra resa alla Vita ed al Vivente.
E’ tanto difficile questo passo di lato quanto risolutivo e non ci si risolve dicendo finalmente posseggo tutto ciò che ho sempre desiderato bensì finalmente riesco a far spazio, a svuotare la mia vita, per far posto al mio autentico desiderio: quell’oltre che spesso confondiamo con l’altro o col di più. Ecco sentire questo non è questione di corsi, formazione, ma di stare nel silenzio e nell’ascolto. Ed è per questo che più cammino in questo piccolo e fragile sentiero dell’Eremo più mi accorgo di non avere corsi da erogare ma un pezzo di strada da condividere, una luce che incontra un’altra luce - come ricorda Ermes Ronchi - e nella relazione si amplia, si rafforza in luminosità , una postura, un mondo di abitare la vita ed il mondo che può portare a ritrovarsi e, ritrovandosi, essere sereni, sorridenti.
Abbandono e purificazione. Mi accorgo che il distacco di cui parlano tante tradizioni presuppone e coincide al tempo stesso con l’abbandono.
Immaginiamoci al centro sospesi a mezz’aria con tante corde che ci legano a situazioni, cose, persone, dipendenze, attaccamenti e così via e che in un certo qual modo ci consentono in questa tensione di restare a mezz’aria.
Distacco è tagliare questi legami disfunzionali, questi legami condizionanti, questi legami fondati sul tornaconto, sull’utile, anche quello spirituale, distacco è nutrire l’attesa non l’aspettativa, liberarsi dall’aspettativa del frutto.
Ma se non ho un ancoraggio cascherò mano a mano che taglio, mano a mano che mi distacco. Questo ancoraggio che mi tiene saldo è l’abbandono a Dio. E’ il filo che mi regge.
Mano a mano che procediamo in questo cammino l’abbandono diviene grazia , amore, abbraccio che purifica le nostre dipendenze, che ci rialza dalle nostre cadute.
Anche qui le tradizioni spirituali ci parlano del controllo della mente , dell’evitare che essa ci faccia precipitare in prigioni costruite dalla paura, dal timore del giudizio, dall’ossessione, dalla coazione a ripetere, da forme di perfezionismo e da tanta altro materiale che la mente produce.
Ma il tema non è lo sforzo titanico del super controllo o della capacità di mettere a tacere.
Chi cerca il silenzio, ci vive nel silenzio, non solo quello delle parole , chi pratica costantemente la meditazione abita questa opportunità.
Al contempo riconosco anche che tutto ciò non basta, che le forze, e le pratiche hanno bisogno di un passaggio dalla purezza alla purificazione.
E’ il riconoscere il proprio limite, la capacità di giungere sulla soglia ed il bisogno che l’amore di Dio, il far posto a Lui, all’amore in atto, allo Spirito Santo faccia il resto.
E come è bello poter dire , adesso fai tu, sii Vasaio.