
Tre cose sento importanti nel camminare incontro alla pace del cuore, sono il dolore, il perdono ed il distacco.
Iniziamo dal dolore. Il dolore non va sprecato e prima o poi arriva nella vita. Vorremmo maledirlo, come le paure, come le fragilità, come i dubbi, come le crisi. Come cioè tutto quello che viene ad inquietarci.
Ma è proprio ciò che ci in-quieta che può condurci ( in è una preposizione di moto in questo caso ) alla quiete, introdurci in quiete, quella che i Padri del deserto chiamavano esichia.
L’esichia non è quietismo che corrisponde ad un’assenza di vita e vitalità.
Il dolore allora non va sconfitto, non va vinto come tutti gli altri turbamenti che vengono a bussare ed a metterci in crisi.
Essi vanno accolti, accarezzati, sono messaggeri di opportunità e novità se non sono accompagnati dalla bramosia ma dal desiderio profondo di ascoltare cosa ci sta dicendo la vita.
E la vita attraverso il dolore ci può condurre un seme di speranza, oppure noi lo possiamo coltivare come pianta della disperazione.
La speranza ha una compagna, una dirimpettaia, si chiama fiducia. Senza la fiducia non può esistere la speranza.
Custodire la fiducia nella vita , lasciarsi condurre da essa, ascoltare il soffio dello spirito, smettere di sentirsi onnipotenti e creatori, smettere di controllare e possedere tutto questo può venirci a dire il dolore ed alla fine salvarci, ed alla fine farci rinascere.
Vorremmo tutti evitare il dolore. Ma quando arriva non possiamo fare altro che benedirlo. Benedirlo in una malattia, in un lutto, in una tragedia, in una morte, in una disabilità, in una separazione ed in tutte le altre forme con le quali esso bussa e toglie dalla nostra vita il velo della carta patinata delle riviste di tendenza con le cui immagini vorremmo avvolgere di felicità i nostri giorni.
Il dolore è un’iniziazione, come un tempo nelle società arcaiche avveniva per i giovani. Se si supera l’iniziazione si diviene adulti e divenire adulti significa tornare a casa, la propria. Mi diceva ieri sera una mia amica, Lucia , che è col dolore e non con la gioia che si cresce.
Qualche giorno fa scrivevo ad una mia amica a cui tutti dicevano fai fare al tempo , prima o poi tutto passa anche questo dolore.
Ed io le dicevo “ cambierà, non passerà. Le ferite restano , dobbiamo solo arrivare alla consapevolezza di accogliere la vita com’è e sapere che quel vuoto, quel non senso, quel buio abita la vita non come la parte da sopportare, non come la parte in contrasto col pieno, la luce, il senso.
La vita è una complessa meraviglia nella quale ogni cosa l’universo conduce. Ma noi non siamo l’universo. Quando ci attraversa il buio abbracciamolo senza paura , da quel buio partoriremo la luce. Non avremo la pelle liscia come prima. Però possiamo imparare ad amare di più la vita. E se l’ameremo di più torneremo a sorridere, a gioire e guarderemo con tenerezza e mitezza il dolore quando ogni tanto tornerà a bussare . Ama, ama, ama. Alza gli occhi, non tenerli abbassati. Tutta l’energia di questo momento riconducila al tuo cuore ferito, riporta dentro di te il dolore, sentilo con dolcezza e mitezza. Tutto questo darà frutti “.
Non sprechiamo il dolore che viene a de-starci per darci un nuovo de-stino se noi sapremo camminare verso una nuova de-stinazione. Nel dolore non occorre stare fermi, occorre camminare, incontrare se stessi e gli altri.
Nel mio principio è la mia fine scriveva i poeta Eliot , quasi a dire che c’è un punto in cui vita e morte si toccano e si può risorgere. La fine è il mio inizio è anche il titolo di un libro di Tiziano Terzani.
Buona fine e buon inizio.