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La santità di Dismas

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A quanti come me camminano senza arrivare, si fermano senza quietarsi, restano frammentati anche senza più frammenti da voler mettere insieme, a chi come diceva Antonia Pozzi ha tanta vita che gli scorre dentro che non ce la fa, a chi avverte che se non risorge ora non vale la pena pensare all’escatologia come un premio per i buoni, a tutti coloro che sono mie sorelle e fratelli gemelli dedico questa omelia di Don Paolo Scquizzato per la festa di tutti i santi.

 

Santità non è perfezione ma beatitudine e come canta Ivano Fossati saremo perdonati da un bacio sulla bocca che ci darà quel respiro che ci è mancato camminando su questa terra.

Che quel bacio possa la mia bocca desiderarlo ora, perché come diceva una veglia di Romena di qualche anno fa Dio è un bacio. Ed è pronto a darmelo.

Pietro

Nel Vangelo, di santi ‘certificati’, ovvero canonizzati da Gesù stesso, certamente in unione con Dio per sempre, ce n’è uno solo.

Non ha frequentato Gesù di Nazareth lungo il cammino sulle strade polverose della Palestina. Di nome non fa Pietro, Giacomo e neanche l’amato Giovanni. Non è la Maddalena o le care amiche - e sorelle tra loro - Marta e Maria; e neanche sua madre, Maria.

È un uomo senza nome, o meglio perché lo si potesse chiamare con nome proprio occorrerà attendere trecento anni dagli avvenimenti evangelici, quando un apocrifo vergherà il suo nome rendendolo indelebile per altri millesettecento anni: Disma.

È un uomo che potremmo definire un outsider, uno che s’è mosso fuori dagli avvenimenti importanti; uno che ha pronunciato pochissime parole, e non è san Giuseppe. Lui non ha mai parlato.

È un uomo di cui si sa pochissimo, anzi quasi nulla, se non che fosse un poco di buono. Un delinquente. Uno che non ha potuto o non ha voluto agire ‘come Dio comanda’. Col tempo lo si è chiamato 'buon ladrone', salvo domandarsi cosa avesse poi di buono essendo finito su una croce.

Ma fu un 'santo'. Questo sì.

Non si sa se casto o lussurioso, obbediente o trasgressivo, fedele o fedifrago, un povero o un ricco.

Certamente un ladro. Di cielo.

Non si sa se sapesse a memoria la Torah, se frequentasse la sinagoga; o fosse uno straniero, un pagano, un ateo, un bestemmiatore. Partigiano o collaborazionista. Un sicario, chissà.

Certamente l’unico contemplativo di cui si abbia notizia nel Vangelo prima della morte in croce di Gesù.

Quando tutto si fa tenebra, quando gli amici amati vedono solo l’Amato e solo «da lontano» (Lc 23, 49); quando la Madre vede solo il Figlio come carne appesa su di un patibolo infame; quando Gesù non vede neanche più il Padre perché pensa l’abbia abbandonato (Mc 15, 34), questo sant’uomo vede ‘oltre’ al condannato a morte, contempla quell’Amore più grande che è salito fin lassù per cercarlo e per donargli la possibilità di stare con lui per sempre, per avere finalmente la vita in pienezza dopo tanto inferno vissuto, finalmente una casa dopo tanto vagabondare.

E il santo-delinquente, dinanzi al volto di Dio, prorompe in un grido con l’ultimo respiro rimastogli in gola: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23, 42).

E questo grido l’ha salvato.

Questa è la santità: riconoscere che la salvezza s’è fatta Presenza, venendomi a cercare al limite del mio limite, per offrirmi la possibilità della felicità.

E non è stata una vita morale, eticamente ‘perfetta’ a farlo entrare nella pienezza della vita. L'etica non ha nulla a che fare con la santità.

Un grido, che riconosce da una parte la propria necessità di essere raggiunto e riportato in vita, e dall’altra la Vita che mi ha raggiunto per un abbraccio che non avrà fine: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23, 43), questo sì che è vivere santamente.

Ecco l’unico santo di cui si abbia notizia nel Vangelo, e rimarrà lì per secoli e secoli a ricordarci che cos’è la santità, uno spalancare le braccia ed accogliere l’Amore che raggiunge noi tutti poveri cristi sulla croce, ladroni nemmeno pentiti ma desiderosi solamente di vivere felici.

Di quest’uomo di nome Dismas, la cui festa ricorre il 25 marzo di ogni anno, non si fa e non faremo mai memoria, perché troppo intenti a render onore ai santi che pensiamo ce l’abbiano fatta con la loro vita irreprensibile, costruita con la fatica dell’ascesi, con l’anima pura e inamidata, col loro prezioso carico di meriti, come se santità equivalesse a conquista del cielo, premio e retribuzione.

Ma io ringrazio il cielo di questo disgraziato graziato, che con un sorriso sulle labbra mi ricorda che il Vangelo – la bella notizia - è per i poveri, per quelli che non ce l’hanno mai fatta, per quelli che non si son mai sentiti ‘a posto’, e che l’unica ricchezza da vantare è il proprio vuoto esistenziale, unico spazio perché Lui possa entrare e dirmi ancora una volta: «non avere paura, sii certo di questo: ora, sei con me nella mia felicità».