Featured

Rinunciare all'attaccamento, abbandonarsi alla Grazia

la grazia

 

Cari Amici questo è il quarto anno di questa esperienza della Casa dei fili d’erba. Un cammino nel quale provo a porre al centro della vita il desiderio di incontrare me stesso e Dio,  fare silenzio non solo e non tanto dalle parole. E’ bello e angoscioso, drammatico e meraviglioso contattarsi profondamente.

C’è un senso di bellezza, gioia, verità, pur non volendo risolvere nulla, perché non c’è nulla da risolvere. C’è solo da vivere, senza attesa, senza la pretesa del frutto. Siamo compimento incompiuto, in cammino verso la promessa senza necessariamente poterla toccare eppure certi che essa è presenza, se non per noi per altri.

Antonella Lumini nel suo ultimo libro (L’eterno nel tempo)  parla di passaggio dall’uomo tecnologico, sapiente, economico a quello spirituale. E’ quello che siamo chiamati a fare in una vita intera.

Questo cammino è tendere all’uno, all’armonia. Ma se “ il peccatore è un uomo sviato dal suo fine“ ( S. Fausti) allora ciò che svia dall’armonia è l’hamartia, la mancanza del bersaglio, il perseverare in quell’errore fatale in quanto impedimento all’incontro genuino con sé e dunque con Dio.

Il peccato dunque non in senso morale come mancata adesione a principi, dottrine e volontà eteronome ma come impedimento ad essere pienamente se stesso.

Un peccato spesso senza colpa, perché siamo più fragili del possibile, più fragili di ciò a cui tendiamo, del bello e del buono che desideriamo.

Ne ho fatto  esperienza incontrando gli amici senza fissa dimora accolti presso i Missionari Saveriani grazie all’instancabile lavoro del direttore dell’Ufficio Migrantes Antonio Bonifacio e di numerosi volontari.

In loro, che vivono per strada, e in me c’è la stessa fragilità, non ho ombra di dubbio nel poter dire tra noi e loro c’è  la stessa fragilità.

La vita ci ha portato nella sua complessità a dare risposte diverse, con diverse possibilità, opportunità, orizzonti, cammini.

“ Il prossimo definisce la parte sconosciuta e irriducibile che abita innanzitutto il nostro stesso essere “ ( M. Recalcati La Legge del desiderio Pag. 179)

Mi chiedo poi anche se nell’uno possa coltivarsi  la pretesa che ogni inquietudine scompaia. Oppure questo tendere all’armonia è un tendere nel quale non si annulla alcuna inquietudine ma semplicemente si sperimenta che c’è pace sufficiente per poterle vivere.

Questo viaggio verso l’unità, uno nell’uno, non so se mai si compirà per me. E’ già bello il cammino. Danzo con le fragilità che sento impedimenti, che si intrufolano nell’abbraccio, ma anche compagne di strada. Andranno via, ho dato da tempo loro il permesso. Nel punto più buio , nello scorso solstizio di inverno, ho avvertito la possibilità di accoglierle con mitezza e questa accoglienza le ha anche liberate. Se vogliono, se voglio andranno, voleranno.

Ci sono metri, chilometri, passi, ultime miglia che si compiono in virtù della grazia non solo dello sforzo, del desiderio, della volontà.

Per cui sento che in questo cammino l’abbandono più grande che mi si chiede è lasciarmi vedere, amare da Dio.

La grazia è proprio in questo passaggio dall’Io a Dio, dal guardarmi a lasciarmi guardare.

La grazia di Dio non è un’ultima spiaggia per quello che non riesco a compiere da solo, non è una spinta al motore che non parte. L’abbandono  non è gettare la spugna perché non si intravede un oltre.

L’abbandono esige mia fiducia proprio in quello che non vedo. Fiducia che la vita è gravida.

Forse quello che mi viene e ci viene chiesto è vivere questo tempo come un tempo di visitazione. Lasciarsi visitare da Dio, sentirsi servo inutile, guancia da accarezzare, casa da abitare, argilla vuota nelle mani del creatore.

Dunque la domanda è quanto mi lascio amare da Dio ? Quanto consento alla grazia di lavorarmi consegnandomi in quanto visitato e non visitante, in quanto creato e non creatore.

La grazia è l’abbandono all’incendio dell’amore di Dio che brucia,senza consumare il grano,  ogni zizzania.

L’attaccamento è proprio lo stare nella propria forza umana, pretendere da sé senza far posto davvero alla carezza di Dio, l’attaccamento è  continuare a sentirsi palmo della mano che accarezza e non guancia del viso accarezzato.