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Prendersi cura della persona e non solo del corpo

teresa lombardo 1

 

Oggi è davvero molto caldo e la compostezza e l’eleganza delle donne indiane nei loro saari mi rendono ridicola nei miei vestiti occidentali

e nei miei goffi tentativi di ripararmi dal caldo.

Nella stanza che mi hanno assegnato, che condivido con una collega, c’è una ventola al soffitto che muove l’aria e porta un lieve refrigerio. E così riesco ad assopirmi al suono di questo “vento”, al cinguettio di qualche uccellino, al suono di lontani clacson, alle musiche del tempio ed ad alcune voci dei nostri vicini di casa.

Perché sono qui?

Questa domanda mi è sgorgata stamani dal cuore e la risposta è arrivata così chiara, precisa, schietta: sono qui per me!

In Italia giustificavo la mia partenza con la decisione di partecipare ad un progetto di volontariato, incentrato sulla ricerca in campo osteopatico in un ospedale pediatrico indiano. I pazienti con cui siamo giornalmente a contatto sono bambini che sono stati sottoposti ad un intervento chirurgico a causa di malformazioni cardiache.

A luglio scorso avevo partecipato per la selezione al bando, ma sul perché ho preso questa decisione solo qui ed adesso mi è proprio chiara: sono qui per allargare il mio cuore e la capacità ad amare.

Sono arrivata a metà marzo in India, precisamente nel Chattisgarth nella città di Raipur ed ho incontrato due colleghi che non conoscevo, con cui condividere tutto con loro: dall’appartamento, al lavoro, al tempo libero. Viviamo all’interno del campus ospedaliero, dove vivono medici, infermieri e molto del personale. L’ospedale è stato costruito da una fondazione legata a Sai Baba, a cui è stato dedicato anche un tempio all’interno del campus. L’ospedale architettonicamente è a forma di cuore, proprio perché qui sono specializzati in ambito cardiologico.

I servizi sanitari sono gratuiti per tutti e vengono garantiti più di 1200 pasti al giorno: per il personale, i pazienti ed i parenti. Davanti al cancello dell’ospedale, oltre alle mucche che tranquillamente pascolano, c’è una tettoia, sotto la quale dormono i parenti ed i pazienti in attesa della visita del giorno dopo oppure i genitori ed i parenti dei piccoli pazienti in attesa della dimissione. Molti arrivano da lontano, dopo un lungo viaggio di ore o giorni in treno; distendono dei teli o delle stuoie e dormono in terra.

La mattina iniziamo la giornata con il giro dei vari reparti, c’indossiamo la nostra divisa e tutti gli ausili necessari ed entriamo in terapia intensiva e facciamo il giro dei vari letti. I nostri piccoli pazienti piangono, talvolta sono addormentati perché stanchi o sedati, qualcuno ancora intubato, qualcuno si guarda intorno spaesato e con gli occhi tristi, lontano dai suoi genitori, in un luogo così diverso, con persone sconosciute e con il rumore intenso dei monitor. Il primo giorno che sono entrata ho pianto tanto nel vedere tanta sofferenza in questi piccoli ed ogni giorno che entro in corsia, mi si stringe il cuore.

Il nostro lavoro consiste nel trattare osteopaticamente questi bambini e ciò consiste in tecniche manuali molto leggere che aiutano il processo di guarigione dei piccoli e sostenendoli così nella salute.

Quando tratti e tocchi questi bambini così impauriti, soli, sofferenti con lo sterno aperto dall’operazione e poi ricucito e li guardi negli occhi provi un’emozione molto forte, senti di conoscerli da sempre; c’è un filo che ci lega, sono come se fossero persone che hai amato da sempre ed il loro dolore è anche il tuo.

In questi momenti comprendi veramente che siamo connessi uno con l’altro, che siamo un tutt’uno, che le vite s’intrecciano, si mescolano ed ognuno viene attraversato dall’incontro dell’altro e quando fai questi tipi d’incontri non resti mai a come eri prima.

Poi andiamo al reparto di sub-intensiva dove vediamo che i nostri pazienti stanno un po' meglio ed iniziano a mangiare qualcosa, qualcuno riesce a fare i primi passi e riusciamo anche a strapparli un sorriso. Poi ci rechiamo nel reparto dove ci sono i pazienti pronti alla dimissione ed anche loro ricevono i nostri trattamenti; infine, ci spostiamo nel reparto dove ci sono i bimbi pronti per essere operati: trattiamo anche loro e l’intratteniamo con piccoli giochi che abbiamo portato dall’Italia.

I genitori sono così dignitosi nella loro sofferenza e preoccupazione, ci danno piena fiducia anche se non ci conoscono; e quando arriva l’infermiera, che viene a prendere il bambino che portarlo in sala operatoria, non sono mai disperati: sono capaci di una integrità, di una saggezza profonda che li rende radicati a terra e profondamente legati al cielo, alla fiducia della vita, nelle persone e nella speranza per una vita migliore per il loro piccolo.

Per noi tutto ciò è solo ricchezza, lezioni di vita, di coraggio per spingerci a spogliarci delle nostre esistenze piene di tutto eccetto di quello che veramente ci serve.

Il sabato facciamo una piccola cerimonia per salutare i bambini dimessi, li consegniamo un certificato di guarigione e li doniamo dei piccoli regalini, loro ci ringraziano inginocchiandosi davanti a noi e toccandoci i nostri piedi; questo gesto così antico, profondo e pieno di sacralità sigilla nel mio cuore il mio incontro con questi bambini, con i loro genitori e con questo popolo.

Grazie o come dicono qui dhanyavaad!

Notizie da Raipur, Chattisgarth ,INDIA

Maria Teresa Lombardo