
Si racconta di quel monaco anziano che parlando con un novizio gli disse “ Quando ero giovane se una cavalletta saltava nella minestra non mangiavo più, quando sono diventato più grande avanti negli anni se accadeva prendevo la cavalletta la toglievo dalla ciotola e continuavo a mangiare , ora se capita mangio anche la cavalletta “
La fede adulta è innamorarsi della vita così com’è. Ed è proprio cosi che scopriamo che la fiducia e la fede parlano dello stesso amore.
Adattarsi cosa significa ? Significa rendersi adatti. La parola coppia deriva da cum adaptus , che vuole dire essere adatto.
“Et cum aptus portus non esset ad hiemandum” ( Atti degli apostoli 27,12 ) “e poiché quel porto era poco adatto a trascorrervi l`inverno”….
Noi facciamo sempre coppia, anche da soli. Coppia con la Vita in tutte le sue manifestazioni e con Dio che la abita.
Accogliere ha una pluralità di spinte e prospettive a cui l’accoglienza stessa ci conduce .
Io voglio sottolineare qua che accogliere significa anche stare nella vita così com’è, non spingere, prendere la forma dell’onda, non pretendere di sapere. E nel contempo voglio sottolineare che questa forma di accoglienza non ha nulla a che vedere con il dolorismo, la sopportazione ed un’errata teologia della croce.
[ Diceva (l’amato) questa Croce ha vari nomi nel linguaggio umano, Verbo, Coscienza, Gesù, Cristo, Porta, Sentiero, Pace, Germe, Resurrezione, Figlio, Padre, Spirito, Via , Verità, Fede, Grazia] ( Atti di Giovanni , Testo apocrifo in “ Il Libro della Preghiera Universale di Giovanni Vannucci pag. 383 )
Che bello che questo testo apocrifo del secondo secolo dopo Cristo cita la croce senza alcun riferimento al dolore ed alla sofferenza ma a tutte le altre realtà che accompagnano il sentiero ed i sentieri spirituali.
Stare nella vita , attraversarla com’è, non contraddice il principio che Don Luigi Verdi esprime dicendo più o meno così “ che è chi spinge che fa camminare il mondo e viceversa”.
La vita è un complesso mistero. Abitarlo significa prendere la forma dell’onda.
Spingere prima di aver compreso ciò è compromettente, non serve, confonde, distrugge.
Occorre essere pazienti, miti,attendere, abitare il vuoto.
Questo adattamento è conformarsi alla vita , che letteralmente significa prenderne la forma.
Dunque noi dobbiamo aspirare a prendere la forma della vita e non viceversa , mantenendo e discernendo il suo senso e desiderio di fondo ed affidandoci al Dio della Vita.
Ciò avviene nutrendo speranza e fiducia nella Vita e nel Vivente.
E’ tanto difficile da afferrare, si può solo vivere, e solo in pace.
La mia vita, come Dio, è indicibile, indefinibile, inafferrabile.
Volerla per forza contenere, definire, comprimerla, trovarla dentro uno schema è far entrare in una bottiglia l’oceano.
La scrittura, il pensiero, la parola a volte diventano il tentativo di forzare la vita a stare dentro un clichè, una routine, un già visto, già noto, già conosciuto : rendere cioè la nostra esistenza non della forma della vita, non conforme a quanto la vita ci porta ma della stessa forma della routine, della piccola via in cui confortevolmente pensiamo sia giusto vivere perché così fan tutti.
La scrittura invece non serve a comprimere ma a sconfinare, non serve a chiudere ma ad aprire, non serve ad eseguire analisi microbiotiche ma a sognare, aprire vasti orizzonti.
La mia vita non è come l’ho pensata, sognata, immaginata. Dobbiamo sapere che la nostra vita non è come quella degli altri, e viceversa. Non sottrae valore e stabilità alla nostra vita il fatto che non ritroviamo la stessa in quello che è di solito il consueto schema dell’esistenza o del menage ordinario che viene chiamato vita.
No la mia vita è sconvolta ed al tempo stesso sconvolgente.
La mia vita in tutta questa inconoscenza, indefinibilità, non so nemmeno cosa sia fino in fondo, ma so che è bellissima e questo tratto di bellezza me lo rivela proprio l’assenza della pretesa di sapere , di definire, di dire la mia è come la tua o viceversa.
Ed allora è il caso che per ora la lasci così, sarà lei se vuole a trovare, cercare, specchiarsi, definirsi, dirmi vedi che è così oppure vedi che è in questo altro modo.
Io l’accompagno e nel contempo me la godo senza martorizzarmi e senza fare altrettanto con lei. E così pure lei si gode me, con tutto il genio creativo e tutta la fragilissima forza che spesso mi mette tra le linee di confine . Quanto è bello non fuggire più.
Smettiamo per favore di abitare le frustrazioni, ne sento tante in giro a fior di pelle, mi arrivano agli occhi, le sento sulle labbra come il latte raggrumato, come il frutto caduto amaro. E vedo i tentativi di recuperare almeno un po' di latte, ed il tentativo di riattaccare la mela all’albero perché maturi.
Ma no , basta con il dare corpo alle frustrazioni, non frustriamo le azioni ( frust-azioni) ma benediciamo, ricopriamo la vita di benedi-azioni.
Da quando ho imparato a stare sulle linee di confine senza scappare sono diventato un funambolo, un’artista dell’equilibrio, della danza tra tutte le particelle infinite e sottili che ci abitano, abitano me e la vita, alcune chiare altre scure, alcune dolci altre amare, alcune taglienti come una lama altre morbide come una carezza, alcune che hanno ancora la goccia di sangue che cola altre di latte spremuto.
Cammino sulle vertigini, cammino forse a diecimila metri di altezza, sulle linee di confine, a volte tra una briciola di saggezza ed un mare di follia. Sto lì un passo dopo l’altro e le braccia aperte.
Di sotto mi chiamano per scendere. Vieni, vieni. Vieni mi dice l’amico, vieni mi dice il cane, vieni mi dice il prete, vieni mi dice la compagna, vieni mi dice il medico, vieni mi dice il ladro.
No io resto perché da quassù posso ancora coltivare l’orto ed i sogni, curare il giardino e l’anima, piantare fiori ed i domani che verranno. In pochi si sono accorti che i piedi miei fantasmi arrivano fino a terra. Non fuggo, non cado, non scendo, mi fermo o vado avanti,
E sento che così è già tutti buono e bello. Si Buono e bello come ogni creazione e ri-creazione. Amen
Pietro Ravallese