
Aveva 56 anni circa quando Adriana Zarri scelse la via eremitica, più o meno la mia età di adesso. Ecco la lettera con la quale annunciava la sua scelta.
Albiano d’Ivrea, 1º settembre ’75
Amici carissimi, vi chiedo scusa se ricorro alla «circolare»
, non disponendo, in questi giorni, del tempo necessario per una cosí lunga lettera a ciascuno; però ciascuno mi è presente, con la sua amicizia unica e inconfondibile. Dal prossimo 7 settembre non abiterò piú ad Albiano. Mentre vi invito a prendere nota del mio nuovo indirizzo, vi comunico che non si tratta di un trasloco dovuto a motivi pratici ma di una scelta di vita eremitica. La mia nuova residenza sarà infatti una vecchia cascina solitaria, dove conto di trascorrere i restanti anni della mia vita nella preghiera e nel silenzio. Questa la pura informazione che però, forse, esige qualche chiarimento. Quando uno sceglie il silenzio dovrebbe, il piú possibile, tacere. Se sento il bisogno di chiarificazioni è proprio per difendere questo silenzio da possibili equivoci. Il primo malinteso potrebbe nascere dall’opinione che la preghiera sia qualche cosa di alienante che ci estranea dalla vita del mondo. Ma la preghiera si nutre di solitudine, non di isolamento; e il silenzio contemplativo è denso di parole e di presenze. Per questo rifiuto il verbo «ritirarsi». Nel deserto non ci si ritira, quasi che fosse un guscio, al riparo dalle difficoltà di tutti. Nel deserto si entra, si cammina, ci si immerge, assumendo la storia e i problemi di tutti. Impegnandosi e lottando contro le alienazioni di questo nostro mondo, come ho sempre fatto e farò. Il deserto, anzi, nella grande tradizione eremitica della chiesa, è sempre stato visto come il luogo specifico della lotta contro il maligno che vi abita in una forma piú intensa. Forse un modo moderno per trascrivere questo comune sentire degli antichi anacoreti potrebbe essere questo: la solitudine consente un emergere tutto particolare del male del mondo che, in prospettiva, può venire analizzato con maggior lucidità e combattuto con una contestazione piú interiore. E questo senza che intenda restaurare vecchie gerarchie di «stati» di vita, ma solo per indicare particolari carismi monastici cui fanno riscontro particolari e non inferiori carismi connessi a una piú immediata immersione nel mondo (non dirò «laici» perché il monachesimo non è necessariamente religioso, ed è proprio in dimensione laicale che io intendo assumerlo). Chi mi conosce sa bene che la mia inclinazione piú profonda non è il polemismo episodico, e che il «dissenso» mi interessa solo in quanto riscontro diretto e necessario della contemplazione. Egli comprenderà che questo nuovo capitolo di vita non segna una svolta ma solo la volontà di approfondire una scelta che è stata in me da sempre. Tuttavia, se volessi, per un momento, porre in dialettica ciò che è in continuità, potrei dire che, fino a oggi, ho cercato di testimoniare che la contestazione è compatibile con la preghiera e che, d’ora in poi, spostando appena l’accento, vorrei testimoniare che la preghiera è compatibile con la contestazione: è, anzi, la contestazione stessa, nella sua forma piú essenziale. Ma – lo ripeto – si tratta di un’antitesi fittizia, sia per quanto mi riguarda che per quei valori in sé. Perché c’è una contestazione contemplativa, che è la stessa contestazione di Cristo, nei confronti del suo mondo e della sua «chiesa». La preghiera, anzi, è la contestazione piú profonda di questo nostro mondo utilitario, in quanto mette in crisi non già le forme d’oppressione in cui si manifesta ma il modello antropoculturale che le esprime: un modello essenzialmente efficientistico, privo di quegli spazi di fantasia, di poesia, di gratuità su cui si innesta appunto la preghiera. Il mio dissenso – diradando le sue espressioni piú contingenti – sarà soprattutto di questo tipo; ma di tanto in tanto non rinuncerà nemmeno (come lo stesso Cristo non rinunciò) a interventi piú diretti; proprio perché, secondo quanto s’è detto, l’eremita dovrebbe rappresentare una coscienza critica resa piú acuta e vigilante dalla sua prospettiva di distacco. Il secondo equivoco, cui non vorrei dare adito, è di natura piú immediata ed è connesso al momento presente della chiesa e alla mia personale posizione. Di fronte all’attuale clima restauratore, una persona che si è battuta per decenni, senza apparente fortuna, potrebbe essere tentata di sfiducia e abbandonare il campo per delusione e per stanchezza. Ma nel silenzio non si entra per stanchezza. Per stanchezza ci si richiude nel mutismo, che è tutt’altra cosa. Né io sono delusa da Dio, anche se posso esserlo da qualche uomo che tuttavia non può soffocare la speranza, alimentata dallo Spirito. Non è nemmeno che questi peccati, ecclesiali e personali, miei e di altri, mi spingano a «fare penitenza», nel senso devozionale e riparatorio del termine. È questa una vocazione cui riconosco una certa limitata validità, ma che non è mai stata la mia. Ci sono molti modi di sentire e di vivere il deserto, secondo la spiritualità di ciascuno. Per me il deserto è soprattutto il luogo felice dell’incontro con Dio e con gli uomini. E, prima d’ogni altra cosa, vorrei testimoniare quella gioia, che nessuno può toglierci, lasciataci dal Signore Gesú, nella sua cena. È una testimonianza che – ove sia radicata nella sofferta partecipazione ai problemi del mondo – non ritengo che sia fuori tempo e fuori luogo, anche se la nostra storia è cosí tormentata; anzi, proprio per questo. Mentre ci stiamo un po’ troppo crogiolando nell’angoscia, in un compiacimento narcisistico che rivela il ristagno della storia e l’incapacità di uscire incontro a nuovi climi culturali, ciò che ci serve, piú che un romantico tormento, è un segno di gioia e di speranza che ci dimostri come, anche oggi, si può trovare, in Dio, la pacificazione e l’armonia dell’uomo. Ecco: il mio deserto vorrei che esprimesse non la desolazione di un mondo in isfacelo, ma lo slancio, la gioia, la speranza, l’armonia – se si vuole, la profezia – di un mondo nuovo che è alle porte e che sarà piú vicino a quei «nuovi cieli e nuove terre» promesse dall’Apocalisse: un mondo che ha bisogno di entusiasmo e di impegno ma anche di solitudine e silenzio, nella misura in cui essi sono partecipi e impegnati. Mi rendo conto che – andandomi a «seppellire» nel silenzio (è la sepoltura in Cristo che è già, in Cristo, resurrezione) – faccio molti passi indietro, nella scala dei cosiddetti valori sociali: esco definitivamente (se mai vi sono stata; e credo proprio di no) dal «giro» delle persone che hanno prestigio e potenza in questo mondo. Lo so e lo voglio. È anche questa una contestazione del nostro mondo di arrivismo, di carrierismo, di arrampicamenti, per vivere da poveri, tra i poveri, puntando a ricchezze piú profonde. Vorrei infine demitizzare la figura dell’eremita, se mai qualcuno l’avesse incrostata di aloni leggendari e inaccostabili; perché ritengo che la «normalità» sia un gran valore, perseguibile in ogni situazione, e che la rinuncia a stili di vita eccezionali sia anch’essa una forma di povertà e di semplicità evangelica. Un eremita non è un misantropo inavvicinabile, non è nemmeno necessariamente un recluso che non possa, di tanto in tanto, muoversi e incontrarsi con la gente, che non possa soprattutto ricevere chi venga a condividere qualche ora della sua solitudine e a fargli dono della sua amicizia; ché, anzi, l’ospitalità è sempre stato carisma monastico. L’eremita è semplicemente uno che sceglie di vivere da solo perché nella solitudine ha il suo momento privilegiato d’incontro. E ora credo veramente di aver detto abbastanza e forse troppo. Mi ha spinto il desiderio di rendervi partecipi della mia esperienza e di darvene qualche chiave di interpretazione. Amici carissimi, questo non è un commiato, se non da un certo modo piú prossimo e frequente di presenza. Ma, anche se le occasioni di vederci si faranno piú rare, vi porto tutti con me e vi incontrerò quotidianamente nell’eucarestia: al calare del giorno, nell’ora trepida e dolcissima dell’incontro di Emmaus, quando avremmo paura della notte se il Signore non fosse là, con il suo pane. In quest’ora intima della cena siete invitati tutti, alla mia tavola; e là vi incontrerò e vi nominerò, uno per uno. Voi non potrete forse immaginare quanto ami gli uomini uno che si disponga a porre spazi anche soltanto materiali di distanza. È in quest’amore tenero e profondo che non mi accomiato ma vi incontro e vi abbraccio, uno per uno, dalla mia solitudine, abitata da Dio e da voi.
Adriana Zarri