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Ci aspettiamo che Dio parli ai piedi ed invece lui sussurra al cuore

 33 monastero fondi

Cari amici camminiamo nella vita per godere, avere piacere, essere felici, vivere nella gioia.

Lo scrivo consapevole che un certo dolorismo ci è penetrato sin nelle ossa, mentre siamo su questa terrà a vivere la gioia della vita che è ben diversa dallo spassarsela consumando e possedendo.

Nasciamo per vivere nella gioia, ma questa gioia è il frutto di una rinascita all’autenticità di se stesso. E’ il frutto di un azione di discernimento che coinvolge tutto se stesso, discernere con il cuore, il corpo, la mente, l’anima e sentirsi in questa gioiosa danza con la vita.

E’ questo il senso della porta stretta. Questa cammino ci porta a guardare tutte le nostre ombre ed aspettative, dubbi e desideri e ci si accorge che occorre trattarli con mitezza e verità, accarezzarli, e tenere solo l’essenziale senza la pretesa di perfezione.

La porta stretta è vincere l’attaccamento. La porta stretta è lasciare andare ciò che deve andare.

Attenzione lasciare andare non significa per forza accompagnare via, far defluire un ruolo, un’attività bensì anche solo un atteggiamento, un sentimento.

Lasciare andare non significa lasciare andare un uomo, una donna, un compagno, la moglie a volte significa lasciare andare un possesso, una dipendenza, uno sfruttamento.

Lasciare andare non significa cambiare lavoro, lasciare un incarico ma semmai l’orgoglio, la paura di perdere la reputazione.

Se non lasciamo andare gli atteggiamenti che ci impediscono la verità, la libertà, l’autenticità non serve a nulla cambiare la situazione.

Scrive Ezechiele ( 18,32 ) “Operate una svolta e vivrete “.

Nasciamo per rinascere diceva Neruda, questo rinascere, questo svoltare ci richiede attraversare la porta stretta del lasciare andare.

E ci sembra a volte che cambiare la situazione , il luogo, il frigorifero, il partner sia la soluzione mentre quello rischia di divenire una complicazione perché aggiunge non toglie.

Il lasciare andare le cose prima che le cose lascino te è come dire accogli la ruga prima che compaia sul tuo viso, acquieta la tua vita, rendila saggia, pianta il seme del distacco, della compassione, del rispetto prima del seme del mandorlo e della quercia.

Tutto questo è la via stretta.

Spesso invochiamo da Dio una via, che sia però la più larga e chiara possibile semmai un’ autostrada o una via con marciapiedi, cartellonistica stradale, una via materiale su cui spingere il cammino.

Ed invece sento che la prima via di Dio non è materiale ma spirituale. Quanti appuntamenti con Dio ci perdiamo perché aspettiamo la via che parla ai piedi del corpo e lui invece sussurra al cuore.

Io volevo sapere quale donna sposare e lui mi indicava la via della purezza, io volevo sapere quale mestiere fare e lui mi spalancava la via dell’umiltà.

Ed io aspettavo ancora la via . Solo dopo aver scorto e camminato sulla via del sentiero spirituale possiamo scorgere la via del sentiero materiale, essere stupiti da come la vita ad un certo punto si spogli, perde quella t che è in mezzo e apre con un fatto, con una proposta in carne ed ossa alla via.

Prima però occorre ascoltare l’altra via che Dio ci indica come la prima strada . Io continuavo a chiedere portami il cammino e mi aspettavo il miracolo di un piano B e lui invece seminava dentro di me sussurandomi dimensioni interiori a cui porre innanzitutto attenzione.

In questo sentiero in cui faremo pace con noi stessi ed il mondo intero, faremo pace ed armonia tra i nostri frammenti, tra i frammenti che abitano il cuore , la mente, il corpo e l’anima, tra l’intelligenza emotiva, quella razionale e quella artigiana, tra il sentire ed il pensare, tra la Marta e la Maria, tra l’agire ed il riposo, tra le paure ed il coraggio , in questo sentiero giungeremo ad ananda: il paese della beatitudine. E ci accorgeremo che quel paese abitava da sempre in noi, piccolo e buono stava lì ad attenderci per giocare con noi. Questa è la santità, questa è la beatitudine, questa è ananda.

Si comincia con l’agire, si continua col percepire la meraviglia e la bellezza che ci apre al mistero dinanzi al quale tacere, facciamo allora silenzio e ci apriamo alla meditazione, sentiamo che non viaggiamo più per sperimentare , per cercare, per consumare ma per stare, stare con sé, stare con Dio, stare con gli altri. Si può giungere così -  ma è solo grazia, arrivati a questo punto -  all’abbandono e poi a contemplare con attenzione la vita che spunta ovunque e Dio oceano di Pace fino a giungere alla devozione, a sentire di non appartenersi più ma desiderare di appartenere all’oltre, all’infinito , all’invisibile dove l’unico altro a cui consegnarci è presente. L’altro di Dio è l’unico altro a cui poter dare Signoria nella nostra vita. “Vano è attendere salvezza dall’uomo” (Salmo 108, 13 nella traduzione di Davide Maria Turoldo )