
Gv. 1, 35 - 42 Tempo di Natale 4 Gennaio
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù
che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: "Che cosa cercate?". Gli risposero: "Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro.Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia" - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa" - che significa Pietro.
Massimo Catalano era uno dei mattatori insieme a Renzo Arbore di quelli della notte. Era il re dell'ovvio. Le sue frasi erano del tipo "È molto meglio essere allegri che tristi" oppure "Se ti innamori è molto meglio innamorarsi di una persona che ti ama". Io cito spesso quella che dice " Due meglio di uno".
In due meglio che da soli. Siamo un fascio di relazioni diceva il biblista Ernesto della Corte. La solitudine ha un senso creativo. L'isolamento un senso deprimente. La comunità vive di questa sana danza tra solitudini e relazioni. Oggi nel Vangelo di Giovanni c'è l'incontro tra Giovanni, Andrea e Gesù.
Non è un incontro casuale ma è il frutto di una ricerca.
Spesso la ricerca di un incontro dura tutta una vita . L'incontro di un luogo, di un tempo o di una persona che facciano comunità con noi.
Per primo c'è l'incontro con sé, che pure dura tutta una vita. “Innamorati di te, della vita e dopo di chi vuoi.” ( Frida Kahlo )
È in questo sapiente cercare che si dà sapore, quiete alla vita. Entrambe le parole incontro ed inquietudine sono formate da un suffisso ( in) ed una parola ( contro/quiete). Entrambe presuppongono un movimento, un andare, un cercare con sapienza.
Saper stare da soli è ciò che rende vero, bello l’incontro e ci fa vincere l’inquietudine. Scrive Hetty Hillesum “Conosco due forme di solitudine. L'una mi fa sentire terribilmente infelice, perduta e quasi sospesa; l'altra mi rende forte e felice. La prima è sempre presente quando non mi sento in contatto con i miei simili, quando in genere non ho il benché minimo contatto con alcunché: allora sono completamente tagliata fuori da tutti e da me stessa, Non afferro il senso di questa vita, né vedo ciò che unisce le cose, non avverto il mio posto in questa esistenza. Nell'altro tipo di solitudine mi sento invece forte e sicura, in contatto con tutti, con tutto e con Dio, e so di poter affrontare la vita da sola senza dipendere dagli altri. In quei momenti mi sento parte di un tutto ricco di significato, immenso, e mi sembra di poter ancora dare molta forza anche agli altri . La prima forma di solitudine è quella pericolosa. È quella a cui mi devo opporre. Tutto deriva dal non avere ancora il coraggio di confrontarsi con se stessi e con gli altri.”