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Cattiva infinità

sulla tua parola 1

 

Mc 3, 13-19 Venerdì Seconda Settimana Tempo Ordinario                                             

In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui.

Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

Dio chiama per nome. Oggi chiama nel vangelo Pietro, Filippo, Giacomo e tutto il resto. Non chiama l'umanità, il generale, chiama il particolare, chiama me . Ancora oggi il vivente non è che fa strada con la gente in quanto tale ma con Pietro, 54 anni, 1.82 di altezza, capelli castani ( una volta , ora bianchi) . E così via. A volte mi dispiace sentire che si racconta un Dio troppo antico fatto di scettro, altre troppo moderno fatto di pensiero. Mentre Dio è carne ed è ossa , è animale ed è albero, è fiume ed è pietra e soprattutto è compagno , si compagno di cammino mio. Stamattina è qui mentre scrivo . Ecco One to One. Questa forse  è la rivoluzione spirituale di questo tempo prendersi cura non della pace in generale ma di quella di Vittorio, Giovanni, Lucia ed avere fiducia che la pace entra nell'umanità per la porta stretta del bene costruito anche insieme ad una sola persona. Dio chiama per nome, e ci chiede di fare altrettanto. Ci chiede di non costruire sistemi ma di far si che essi siano il frutto di tante scelte concrete infilate una dietro l’altra. Corriamo il rischio di parlare dell’ambiente e della penuria delle risorse del pianeta senza accorgerci dell’impronta ecologica dei nostri stili di vita, di parlare di accoglienza senza praticare la mitezza, di intimità col Vivente senza sostare nella preghiera e nella meraviglia. Dio è un artigiano, un piccolo artigiano che fa ancora a mano le cose che crea.

Dio chiama per nome e ci invita ad essere uomini che lavorano per tessere l’incontro ogni giorno tra il Padre celeste e la Madre terrena attraverso l’opera concreta di un seme piantato. Questo sentirci presenti, attivi non nella relazione con il genere umano soltanto, ma in una persona in carne ed ossa. L’attesa del veniente si compie in un caffè, in occhi che si incrociano, in un abbraccio . Questo essere donne ed uomini del particolare, della cura, della premura non dobbiamo mai dimenticarlo.

E’ un tempo che ha bisogno di donne ed uomini che compianto questa rivolzione dello stare insieme per lo stare insieme, per vegliare fraternamente insieme. La penultima preghiera di Campello la sera è alle nove, la veglia fraterna.

In fila nel corridio si recita “ La veglia fraterna accrescsa la pace “, solo questo, basta. Poi insieme intorno ad un tavolo a farsi compagnia, a cucire, a leggere, a vedere foto. Ecco l’incontro, lo stare insieme, la speranza.

Lo aveva capito bene Hanna Arendt nel 1958 scrivendo un libro che denuncia il rischio dei totalitarismi, Vita Activa.

Lo aveva capito bene la necessità di chiamarci per nome, dare tempo all’incontro, il tempo di una parola, di un pensiero. Questo tempo si chiama speranza, si la speranza delle piccole cose, del crepitio di un camino e di un nome, di un’idea. Hanna Arendt scrisse allora che il dominio della tecnica e delle macchine avrebbe messo in crisi questa speranza perche le cose che riusciamo a fare sopravanzano le ose che riusciamo a pensare ed a dire.

Pensare e dire come dimensione etica del vivere, come discernimento al bene, come desiderio dice Antonietta Potente che sta sempre legato alal vita ed alle acque della fertilità.

Fare senza pensare come banalità del male avrebbe scritto la stessa Arendt nel resoconto sul processo al nazista Eichmann a Gerusalemme.

Ecco cosa scrive nel prologo di Vita Activa “ Sarebbe come se il nsotro cervello che costituisce la condizione fisica, materiale dei nostri pensieri, fosse incapace di seguirci in ciò che facciamo, tanto da rendere necesario in futuro il ricorso a macchine artificiali per produrre i nsotri pensieri e le nostre parole. Se la conoscenza si separasse irreparabilmente dal pensiero allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi della nostra competenza, prive di pensiero”.

Ecco prive di pensiero, di anima, di un nome. Gesù ci invita a tornare a chiamarci per nome.

Il dominio della tecnica, quello che preconizzava la Harendt,  e viviamo oggi,  è tra i fondamenti di un’esistenza da un lato senza speranza e senza parola dall’atro senza anima e senso perché c’è una “ cattiva infinità” come diceva Hegel. Non un senso ultimo, ma continui ed infiniti sensi senza fine che si ricorrano e dunque , in questa rincorsa alla crescita infinita ( per dirla con una frase dal gergo economico ) c’è una cattività infinita , o ancora per dirla con Recalcati esseondo ognuno di noi nelle relazioni che vive un frigorifero con un tempo di obsolescenza programmata c’è una cattiva infinità.

 Gesù ci invita a tornare a chiamarci per nome cioè ad un senso ultimo da riscoprire nella ferialità e non ad una continua infinità che ci fa fuggire dal quotidiano e dunque dalla felicità. Avere il coraggio di fermarsi, di radicarsi, e continuare a camminare , perché davvero chi si ferma è perduto, ma in profondità proprio come le radici. Siamo si viandanti, ma di profondità.