Vai al contenuto principale

Ci sono anime sulle quali viene voglia di affacciarsi come una finestra piena di sole. (Federico Garcia Lorca)

| Soffi del cuore

foto mare 1

Sento che questo che sto vivendo è un tempo poetico. Mi sento in questo tempo come un poeta. Non perché ho la pretesa di esserlo.  “Scrivere poesie non è difficile; difficile è viverle”, ricordo questa frase di Charles Bukowski sul muro di un ristorante in riva mare a Paestum.

Io sto nel mondo con lo struggimento del poeta. Sono nato così, per fortuna. E non posso risolvere questo struggimento, questa inquietudine con qualcuno o qualcosa. La poesia mi consente di contattarmi, sentire il mondo provando ad attraversare l’inquietudine quando si apre senza che diventi tormento, e così la nostalgia o la malinconia.

Mi resta tutto ciò , va via, ritorna, mi impenna, mi abbassa. Io so che non è una malattia ma una benattia.

Pensavo che fosse un mio neologismo ed invece ho scoperto che la benattia è un filone di ricerca olistica su cui da oltre venti anni lavora il medico palermitano Francesco Olivero.

Questa condizione non desidero più viverla come un minus, questa mia inquietudine, che a volte mi appare come disabilità emotiva, è bellezza. Sono un diversamente abile.  Ecco cosa scrive Christian Bobin “ Qualcosa manca, sempre. A tutto quello che noi possiamo fare e dire e vivere, manca qualcosa, sempre. “  Ecco questa condizione non è più per me una malattia ma una benattia. Liberazione

Questa è una poesia di Aldo Palazzeschi tratta da Poemi del 1909, risponde alla domanda Chi sono.

 

Chi sono?
Son forse un poeta?
No certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’ anima mia:
follìa.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non à che un colore
la tavolozza dell’ anima mia:
malinconìa.
Un musico allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’ anima mia:
nostalgìa.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
dinanzi al mio core,
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’ anima mia.

 

Il saltimbanco dell’anima mia è anche il titolo di un libro edito da Romena di Don Luigi Verdi e Chiara Scardicchio. Si sono anche io un po' folle, nostalgico, malinconico e saltimbanco dell’anima mia.

Poi c’è la divisione del cuore. Allora ecco che la esprime bene Ermes Ronchi in una preghiera.

 

Signore,
il Tuo sogno non è fatto di figli obbedienti alla fatica ma di vigne fiorite,
di grappoli gonfi di miele e di sole:
Tu e io a far maturare la vigna della storia.    

Signore,
unifica il mio cuore,
fa che io non abbia due cuori in lotta fra loro;

donami un cuore semplice e integro,
che sia con Te maturatore di frutti,
con Te vignaiolo,

in tutte le nostre piccole vigne segrete,

dove ci impegniamo a rendere meno arida la terra,

meno soli gli uomini,
meno contraddittorio il nostro cuore.

Amen.

 

Mi sono imbattuto in una lettera di Arthur Rimbaud del 13 Maggio del 1881. Avverto in questo passaggio la consapevolezza di quello struggimento bello di cui vi racconto.

“Voglio essere poeta, e lavoro a rendermi Veggente. Lei non capirà, e io quasi non saprei spiegarle. Si tratta di arrivare all’ignoto mediante lo sregolamento di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è affatto colpa mia. È falso dire: "Io penso": si dovrebbe dire "mi si pensa". - Scusi il gioco di parole. IO è un altro.” Lettera a Georges Izambard

Lo ripete due  giorni dopo Rimbaud in un’altra lettera a Paul Demeny “Il primo studio dell'uomo che voglia diventare poeta è la conoscenza di sé, intera; egli cerca la sua anima, l'indaga, la tenta, l'apprende. Dal momento che la conosce, deve coltivarla”

Al di là dello sregolamento di tutti i sensi , della coltivazione dell’eccesso, che ho abbandonato ben presto nella mia vita, di quello che afferma Rimbaud mi resta il sapore poetico della danza a tu per tu con la vita nella sua colorata e variopinta essenza, una danza che a volta è una lotta, senza alcuna retorica.

Infine metto qua una mia poesia dell’altro giorno nella quale specchio il mio momento. Nella poesia scrivo il contrario di un’affermazione di Adriana Zarri. Lei diceva un eremo non è un guscio di lumaca intendendo non è uno spazio ermetico al mondo. Io dico che lo è nel senso che te lo puoi portare  appresso. Dunque non è un mio un soffio del cuore in contrasto con la immensa Adriana.

 

Un’ eremo è un guscio di lumaca

un uovo di gallina

la fusa di un gatto

la zampa di un cane che ti bussa.

E’ non cercare più nulla

di ciò che si dice necessario,

avvertire che non c’è più bisogno di

alcuna visibilità.

Scomparire.

Essere una nota nel flauto di Dio.

Consegnarsi ed avvertire di poter suonare solo il silenzio,

per Dio, per sé, per chi lo vuole ascoltare.

E’ esercitarsi alla morte,

onorarla,

per inchinarsi alla vita,

viverla,

gioire,

lasciarsi vivere.