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Linguaggi e comportamenti nuovi per ritessere la comunità, per abitare l’umanità: la violenza, il peccato, la libertà, la comunità, la resa

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Un giorno staremo senza mare

L’erosione della comunità, l’individualismo, l’egoismo, l’affermazione dell’uomo tecnologico a discapito di quello spirituale, tutto questo è alla base dello sviluppo di modelli sociali ed economici violenti, competitivi, che hanno bisogno della forza delle armi e della guerra per affermare le proprie ragioni.

Non bastano e non servono decreti uno e bis sulla sicurezza, fermi preventivi e lasciapassare a forme dubbio di uso legittimo di armi e di forza.

Non servono divieti di vendita di coltelli ai minori quando si fa fallire l’onu, quando il diritto internazionale serve fino ad un certo punto, quando l’avversario politico è un nemico, quando nel confronto delle idee non c’è più alcun rispetto tra le parti, quando si ammazzano donne, bambini, popoli in maniera sistematica pur non chiamandoli genocidi.

Sono questi i contesti che alimentano le morti violenti giovanili.

La violenza di questo tempo non la si risolve probabilmente col divieto di portare a scuola i coltelli ma alimentando una cultura della cooperazione e non della competizione, dell’inclusione e non dell’esclusione, della comunione e non della polarizzazione.

Parlare un linguaggio nuovo è mettere mano al bisogno di ritessere relazioni comunitarie basate sulla circolarità e la cooperazione non la forza e la divisione. Parlare a volte anticipa i tempi , altre volte li esprime. La parola per me può essere a volta seme di futuro altre frutto del passato, dell’esperienza.

L’oikia, la casa, è la comunità che abbiamo atomizzato. Cioè abbiamo dispero il valore della connessione tra i suoi membri. Ciascuno non si sente più parte di nulla. Gli orizzonti ed i destini comuni si sono dispersi e si mantengono a galla solo relazioni funzionali.

In questa strumentalità anche i riti non sono più simboli di nulla, sono vuoti, non evocano alcun significato. Sono stanche ripetizioni di memoriali che non ci legano né con la terra, nella comunità, né col cielo, né col mistero.

Provare, com’è nel desiderio di questa piccola esperienza della Casa dei fili d’erba, a rimettere al centro ciascuno di noi ed i suoi bisogni essenziali di amore, di comunione, di relazioni significative che diventano nutrimento per la vita, è favorire lo sviluppo di nuovi modelli ecclesiali, sociali, politici economici e di nuove posture esistenziali.

Abbiamo avuto epoche che si sono contraddistinte per la ricerca di una sicurezza legata all’avere, al cibo, all’istruzione, all’apparire, all’iper connessione ( epoche che ci accompagnano ancora nei nostri giorni ).

In questo tempo di  massimo sviluppo tecnologico c’è nel contempo anche un grande bisogno legato alla spiritualità ed all’essere.

Si stanno confrontando due modelli di personalità e di socialità. Nonostante guerre, violenze, soprusi nutro la fiducia che allo stesso tempo stanno emergendo sempre più domande profonde di senso alle quali corrisponde un rinnovato entusiasmo spirituale, un modo di abitare il mondo, se stessi e le relazioni non predatorio ma olistico che riconosce la forza dell’interconnessione e del mistero.

Alla Casa dei fili d’erba provo a praticare la circolarità, l’attenzione, l’inclusione, l’incontro non sono solo come metodo ma avvertendo realmente di dover fare spazio, mettersi di lato, smetterla di coltivare l’ossessione della conoscenza, e realmente fare dell’altrui esperienza motivo di arricchimento e di ascolto, di cura per sé e gli altri.

Su questa strada un altro linguaggio nuovo è quello che attiene il peccato e la colpa. Nessun terrorismo per favore, nessuna moralizzazione.

Ciascuno dentro di sé sa le cadute, le fragilità, l’ostacolo che impedisce alla vita di evolvere, le chiusure nei confronti del Dio che ci abita . Il peccato è appunto non tener conto del limite, non operare per la giustizia, fallire, non fare centro rispetto alla chiamata ad evolvere come uomo spirituale, cioè quell’uomo che Gesù Cristo ha incarnato. Il peccato è molto meno di un aspetto morale ed al tempo stesso è molto di più, perché riguarda l’armonia della propria esistenza.

Contattare i propri peccati è contattare i propri fallimenti, i propri vicoli ciechi, certi e fiduciosi che la Vita ci porterà sempre la luce. La Vita ci chiede solo di non fermarci.

Scrive Adriana Zarri “ Peccato è venir posseduti dalle cose, non già liberamente possederle” ( Pg. 76 Un eremo non è un guscio di Lumaca) .

Essere posseduti da una cosa ci porta immediatamente ad una considerazione di carattere morale, alla necessità di affrancarsi, purificarsi.

Ma se lo scopo fosse l’integrità morale semplicemente non ci sarebbe nessuna salvezza, né ora né escatologica. Perché la salvezza non sono la perfezione ed il rigore morale ma l’armonia della meraviglia e del mistero.

Non essere posseduti dalle cose significa in concreto lasciare che la vita possa agire, che trovi lo spazio per agire dentro la nostra storia.

Se la nostra storia è già tutta posseduta noi falliremo, perché non troveremo lo spazio della resa, del vuoto, della kenosi nella quale opera Dio.

Se siamo posseduti non c’è posto in noi per l’armonia . Ogni cosa sarà in una condizione di perenne lotta e dualismo.

Liberarsi dal possesso, sia attivo che passivo, è la condizione necessaria per essere liberi.

Non liberi di fare come vogliamo ma di ascoltare, ovvero ubbidire alla vita. Ubbidire infatti nel suo etimo richiama appunto l’ascoltare. Ubbidire non è altro che ascoltare, ed in questo ascolto c’è libertà.

Giovedì 30 Gennaio 2025 presso la sala Palatucci della Questura di Reggio Emilia Vito Mancuso tenne un incontro dal titolo “ Destinazione speranza: essere liberi di obbedire”.

La tesi che in quell’occasione Mancuso sviluppò è che : “ La vera libertà è quella che aiuta ad esercitare l’obbedienza ed a generare la speranza. L’obbedienza ha a che fare con l’ascolto – ricordava il teologo -  con l’essere attenti, pronti, recettivi, quindi in un certo senso passivi, ma di una passività non dormiente ma vigile di chi è attento a cogliere ad ascoltare.”

Obbedire significa ascoltare profondamente ed attentamente la vita quale mistero e così da questo ascolto nutrire la mia umanità.

Il tema della libertà nella nostra vita si lega da una parte alla legge dall’altra alla resa.

Senza questa duplice sponda prendono  il sopravvento la bramosia disperante, inconcludente, la infelicità perenne,  una vita soltanto irrequieta.

Senza resa e legge la nostra inquietudine, malinconia, nostalgia di riconnetterci all’unità,  di superare i dualismi e le contraddizioni sarà soltanto inconsapevole mancanza.

Senza resa e legge la nostra danza sotto la pioggia, la nostra danza tra ombre e luci sarà semplicemente un sopravvivere, un resistere ma non un esistere.

La resa è una condotta gravitazionale, il dominio invece è una condotta antigravitazionale, possiamo dire col filosofo coreano Chual Han; la resa è passione per l’indisponibile dice sempre Chual Han.

La resa dunque non come disillusione, né come accettazione supina dell’esistenza ma come accoglienza della vita. Accoglienza in luogo di accettazione rimanda ad un grembo che si lascia ingravidare.

Accogliere la vita e lasciarsi mettere incinti dalla vita stessa.

L’abbandono, il lasciarci fare, quando passiamo da una postura di dominio ad una spirituale, dall’avere all’essere, è un atteggiamento creativo dentro l’esistenza.

Non è l’eroicità di chi sceglie l’arma del controllo, del possesso, del plasmare l’esistenza senza mai riuscirci che ci rende creatori.

Bensì ci rende partecipi alla creazione l’umiltà del figlio che riconosce il padre e ne è grato. Un’umiltà che è consapevole della forza del seme nella terra, l’umiltà di chi ha la certezza che la terra promessa resta tale anche se non ci raggiunge bensì raggiunge la vita di altri.

E’ l’umiltà che si fonda sulla gratitudine nei confronti di ogni frammento di vita, così com’è.

E’ l’umiltà di chi lascia andare l’attaccamento al risultato ed al frutto.

Tutto questo è abitare la resa, l’abbandono e sentire che in tale atto diveniamo co-creatori, abitiamo il nostro spazio di libertà.

La resa è anche il riconoscimento del nostro limite e del fatto che siamo inseriti dentro una realtà più grande di noi alla quale ci affidiamo, verso la quale, nel mistero ci affidiamo . Il riconoscimento di un bene più grande dentro il quale viviamo da senso alle nostre vite.

Non ogni cosa è a nostra disposizione. La vita spirituale si nutre di questa indisponibilità e gode della necessaria carezza della grazia, della divina madre, dell’amore divino in atto, l’amore che ci interconnette, lo Spirito Santo.

A proposito del limite e della legge significative sono le pagine dedicate a questo tema da Massimo Recalcati a partire dal riconoscimento della propria libertà, del proprio desiderio, della propria vocazione, delle necessarie separazioni da dover operare senza scivolare nel contempo in un disorientante disconoscimento di ogni legame con tempo, lo spazio, la storia e la complessità nella quale siamo inseriti, quello che lo stesso Recalcati chiama il debito simbolico. Questo debito appartiene a ciascuno di noi, allontanarcene ed al tempo stesso sentirne il valore è ciò che ci rende adulti, umani, non in balia degli appetiti ed in eterno conflitto. Il debito simbolico ci lega alla complessità, agli altri, al futuro dell’universo, alla possibilità di giungere all’armonia solo se lo accogliamo, lo elaboriamo e lo lasciamo andare.

Scrive Recalcati a proposito della parabola del Padre misericordioso/figliol prodigo “  Il viaggio del figliol prodigo inizia, dunque, con una falsa partenza, quella della proclamazione di una libertà che respinge il debito simbolico. Non a caso il proprio destino sarà quello di sprofondare nel godimento mortale, ovvero in un godimento dissipativo che annulla ogni possibile desiderio. Nel suo viaggio non c’è infatti amore, conoscenza, realizzazione professionale ed umana. Il suo viaggio non è dettato dall’affermazione di se stesso, né dalla ricerca della propria verità, ma si svolge tutto all’insegna della pura consumazione delle sostanze ereditate dal padre. Tuttavia non esiste formazione della vita che non passi attraverso il fallimento e la caduta.   In questo viaggio senza meta è in gioco, infatti, una sorta di iniziazione: il figlio muore come bambino legato alla vita ordinaria della famiglia per rinascere come uomo attraverso l’esperienza dell’erranza. E’ lo snodo evolutivamente essenziale dell’adolescenza. L’esperienza del desiderio e del godimento salvano il figliol prodigo dalla ripetizione obbediente e sacrificale dentro la cui palude resta invece invischiato il fratello maggiore il quale confonde il rispetto della legge con il sacrificio della propria libertà.

Appartenenza ed erranza sono due poli egualmente fondamentali del processo di umanizzazione della vita.

L’errore che spesso accompagna la ribellione adolescenziale: opporre senza unire il desiderio alla Legge per inseguire l’ideale di una libertà ( desiderio ) senza vincoli (Legge). Il rimbalzo fatale di questo atteggiamento è però la perdita della propria libertà. Il godimento mortale .. che sospinge la vita verso il suo annientamento. “ [1]

[1] Massimo Recalcati pagine 232, 233, 236, 239 La Legge del Desiderio, Einaudi